5 cose che sono razziste e non lo sapevi!

Quando si parla di cultura, linguaggio e modi di dire si dimentica che sono un retaggio culturale figlio di un’altra epoca e non ci soffermiamo a comprenderne il messaggio fino in fondo.

Quando qualcuno poi obietta che sia un «semplice» modo di dire e che non dovrei offendermi (a dire il vero non mi offende la parola, ma la leggerezza con cui viene usata) sta godendo del white privilege, ovvero il privilegio di non aver mai dovuto subire la stigma del colore della pelle e quindi di non soffrire quando si  fa riferimento a quello in senso negativo. In pratica non sono io che esagero, ma l’altro che sottostima il potere della parola.

Ecco cinque esempi di concetti razzisti e che ti faranno dubitare dei modi di dire/fare/pensare

Mulatto: è una maniera dispregiativa di definire le persone miste. Infatti fa riferimento al mulo, sì proprio quell’animale frutto dell’incrocio tra una cavalla e un asino. Erano così definiti i figli concepiti, spesso dopo una violenza, da schiave nere con i loro padroni bianchi. Allo stesso modo dell’animale, erano incroci di sangue non desiderabili, quindi da non riconoscere né rispettare.

È anche vero che sì, alcuni misti si autodefiniscono così, ma dando alla parola un certo orgoglio che solo loro possono capire e quindi usare.

Magia nera: è associata alla Santería e tutti i rituali che trovano le loro origini nei paesi sud e centro americani, sviluppati da persone di colore, solitamente una magia cattiva, sporca, in contrasto con la magia bianca, quella buona,  a cui si associano i miracoli della cultura cristiana. Non vorrei sbilanciarmi, ma ho letto recentemente che tutto ciò che viene definito nero  e cattivo ha questo fondo di verità: mercato nero, umore nero, satira nera, commedia nera….

Lavorare come uno schiavo: lo avrete detto, non ha bisogno di commenti. Vero?

Whitesplaining: se siete esperte in femminismo sicuramente vi ricorderà il mensplaining e infatti: è la tendenza a voler spiegare a una persona nera cosa sia il razzismo, nel caso lei non se fosse accorta. Questa tendenza non guarda in  faccia nessuno, colpisce uomini e donne bianche che portano con sé, culturalmente e per via del colonialismo che ci portiamo dietro ancora oggi, la tendenza a sentirsi più esperti, infatti il commento più comune è «esageri», «io non ho notato niente (ergo te lo stai immaginando)», «provo a spiegarti quello che voleva dire». Noi sappiamo già quello che ci volevano dire e questo atteggiamento non aiuta né noi né la persona colpevole del misfatto. Se io percepisco che ho subito un atto di razzismo, al 100% è vero. Il whitesplaining è particolarmente grave quando in una conferenza sul razzismo, gli unici oratori -guardacaso- sono bianchi mentre le persone nere stanno ad ascoltare o peggio ancora, non sono presenti nemmeno in sala.

Ultimo concetto: sottolineare il colore della pelle. Questo mi succede di leggerlo praticamente ovunque:

L’ attivista femminista di colore Pinca Palla ha scritto….

L’atleta di colore Peppina…ha vinto….

Il calciatore di colore….ha segnato un gol.
Ma quando mai….quando?? Una femminista, un’atleta, un calciatore sono stati definiti…bianchi? Avete mai sentito Cristiano Ronaldo, l’attaccante bianco del Real Madrid… non credo.

Cambia qualcosa ai fini dell’informazione in sé? Questo succede perché la normalità è essere bianchi, in qualunque ambito della vita e se succede che qualcuno sia nero bisogna dirlo, perché non ci si aspetta che sia là, ad occupare una posizione di prestigio, quanto che dovrebbe essere altrove, in una posizione di più basso livello, invisibile. Non è normalizzata la nostra presenza quindi è importante nel linguaggio comune far presente l’eccezione. Questo è razzismo.
E voi, in quanti esempi siete caduti e cadute?

Ne avete altri?

9 commenti

  1. Sono in disaccordo sulla parola mulatto. Se come dici tu il termine ha un’origine razzista e discriminatoria, allora non vedo perché persino i mulatti dovrebbero utilizzarla. E’ lo stesso argomento che si porta in America per esempio con la parola “nigger”, dicendo che gli afroamericani ora si stiano riappropriando della parola. Per me un termine così carico di razzismo non dovrebbe essere utilizzato da nessuno, neanche da chi quel termine se l’è sentito dire per generazioni e che ora pensa di riutilizzarlo dandogli un altro senso. Ma quel senso positivo quella parola non ce l’ha nemmeno quando la dice un nero. Se pensi al modo in cui la “n word” viene utilizzata non c’è mai quella connotazione positiva da “hey, amico”, ma è quasi sempre utilizzato, anche dagli stessi afroamericani, in situazioni di conflitto, di sfida, pensa solo alle canzoni rap o hip hop, che è l’esempio più lampante. Quando chiami qualcuno con la “n word” non gli stai facendo un complimento, ecco, non è una parola di cui andare fieri, soprattutto nella cultura americana. Quello che voglio dire è che non capisco questo argomento del “ci stiamo riappropriando di una parola che per secoli ci ha demonizzato”. Non esiste per me, e sarei curiosa magari di capire perché le persone che sono affette da queste parole amino così tanto riutilizzarle per asserire un certo “orgoglio”.

    Un’altra cosa che volevo commentare era l’ultima parte. Purtroppo sono d’accordo con te, ma in una società come l’Italia, nella quale vivo. l’essere bianchi è il default. La nostra storia con l’immigrazione è ancora relativamente recente e non vediamo spesso figure importanti nere in televisione o al cinema o nei media. Questo non significa che non esistono, anzi, a proposito di questo argomento c’è una pagina fb “Afroitalian souls” che si occupa principalmente di questo, di dare esempi di persone nere che ce l’hanno fatta, che esistono e che possano servire da ispirazioni per altri giovani non bianchi italiani, che siano neri o misti. Da qui come capisci è ovvio che chi non è nero veda il successo di un nero come qualcosa di strano, da sottolineare, “guarda, un nero ha fatto questo” perché è normale nella società in cui viviamo, e con normale intendo che è più frequente. Allo stesso modo però penso che in un paese africano, dove la maggioranza della popolazione è nera, se un bianco fa qualcosa viene subito identificato come “un bianco che ha fatto qualcosa” (poi ditemi se magari mi sbaglio, la mia è una supposizione) così come un nero in una società a maggioranza bianca viene definito principalmente per il suo colore della pelle. Non dovrebbe esistere questa cosa, ma come mi piace dire “race is not real, but race does matter” e non viceversa. Il discorso su una società post-razzista è difficile e complessa, ovviamente, purtroppo riflettere su queste dinamiche è complesso e richiede tanto tempo ed formazione. 🙂

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    • Ciao Irisa. Ho espressamente voluto evitare la questione su nigger perché di prima mano non ho dati, ovvero è come dici tu. Ma su mulatto ci sono tanti che lo usano, pur conoscendo l’origine. L’autodefinizione è sempre legittima, nel senso….contenti loro. Io ho preferito cambiare, mi sono definita mulatta perché mia mamma con tutto l’amore del mondo lo faceva…e io quindi pure…ma una volta conosciuta l’etimologia…no grazie. Non sono la sola, ma mixed che non abbiano problemi con mulatto ce ne sono comunque tanti.

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      • Io invece pur non essendo mista o nera, da bianca non capisco come facciano a “riappropriarsi” di un termine così forte. Capisco se si è ignoranti, ma una volta saputa la storia bisognerebbe smetterla di usare quel termine, indipendentemente da chi viene pronunciato, bianchi, neri o di qualsiasi altra razza. Ovviamente però non posso imporre le mie visioni sugli altri, anche se comunque continuo a pensarla così.

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      • non mi hai ancora convinta 😛
        secondo me è una cavolata, la parola ha sempre avuto una connotazione negativa, che la usi un nero o un bianco. quella parola ancora oggi ha lo stesso significato di centinaia di anni fa. il significato, con questa “riappropriazione” non mi sembra sia cambiato e come ho commentato prima la n word non viene quasi mai usata in senso positivo di “amico”. credo che su questo punto non arriveremo mai ad una conclusione 🙂

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      • È la stessa cosa che hanno fatto i “froci” e le “frocie”, i “queer”, alcune persone “freak” e anche le “lesbiche” o le “puttane”… Sono gruppi diversi che si sono riappropriati della denominazione offensiva inmodi e tempi diversi, ma lo hanno fatto perché quando sei tu ad anticipare “l’insulto” spiazzi l’altra persona che non ha più molto da dire e riesce meno a farti male… Ovviamente sono parole da trattare con le pinze, se si usano quando non si è coinvolti/e. Per esempio, anche se il mio amico francese con famiglia senegalese si autodefinisce in francese “black”, io continuo a non parlare di lui in questo modo, perché se lo fa lui ti lascia a bocca aperta e ti impedisce di ferirlo, ma se io parlo di lui come del “mio amico black” sembro razzista o aiuto una persona razzista a esserlo. Di solito parlo di lui come del mio amico “alto/di Strasburgo/conosciuto alla jam session/cuoco” e le persone si sentono in dovere di dire “ma il ragazzo nero/di colore?” :// e voilà che si torna alla specificazione razzista perché inutile del colore della pelle “-__-

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