Agosto 1990

Il 2 agosto del 1990, decollavo con i miei genitori verso la Costa D’Avorio. Credo che fino a qualche anno fa non abbia compreso fino in fondo che quello era stato in tutti i sensi un viaggio iniziatico verso l’altra metà di me.

Avevo appena 7 anni-quasi 8 e, mentre le classiche vacanze erano sempre state le stesse dei miei compagni di classe, vai in Riviera, campeggio,  lago o all’oratorio se proprio quell’anno non ci fosse stata alternativa, quell’anno tutto in un colpo avrei fatto un viaggio intercontinentale e in più avrei conosciuto gran parte della mia famiglia, posto che almeno i nonni erano venuti loro in Italia tre anni prima.

È anche vero che oggi i ricordi che rimangono, sono filtrati dalla memoria della bimba che ero: avevo davvero un animo innocente e quindi, ovvio esperienze come la povertà, il razzismo, io a dire il vero nemmeno li avevo visti.

Piuttosto mi vedevo in mezzo a taaanti bimbi più simili a me, i miei stessi capelli, naso, magari qualche tono più chiaro, ma molto più simili a me. Essendo la prima nipote dei nonni poi e avendo una cugina un anno più piccola di me, Christelle e un cugino, Cedric, che aveva due anni, ho fatto semplicemente la vita che mi spettava per un mese: giocare, farmi fare i bantu knots in testa per stare fresca e comoda, arrampicarmi sull’albero del mango, stare con le caprette e mangiare con le mani.

Infatti durante il mese di soggiorno, i primi 10 giorni sono stata pure io sballottata di qua e di là, fai 500km su pista sterrata per andare al villaggio di Yamassoukro per vedere la Basilica, una copia grande una volta e mezzo San Pietro, torna e vai alla laguna di Gran Bassam, riparti per andare a Sassandra a vedere il cugino di quinto grado finché, i miei genitori quasi oramai del tutto a loro agio ed io pure, hanno pensato bene di lasciarmi in mano a qualche mia zia nel villaggio e proseguire loro un tour in formato adulto. 

Io, scalza e con i bimbi nel villaggio di Fronan. 

La famiglia di mio padre allora viveva al completo nella capitale. Ricordo che era come le nostre case di cortile, con un cortile comune su cui si affacciavano le casette delle famiglie. Ognuna aveva un proprio giardino privato e un cancello che separava dal cortile comune e quindi la strada. Vabbe io in quel cortile ho rincorso galline, mi sono fatta pettinare…anche mia mamma si era fatta fare le treccine, e ho mangiato e giocato per ore, con tutti, senza capire una mazza di quel che mi dicevano. 

Due valigie di 23kg ciascuna sono state integralmente regalate ai vicini e parenti, la maggior parte dei miei vestiti e moltissimi giochi, per poi tornare piene fino a scoppiare di tele wax, giochi da tavolo, maschere, elefanti, cibocibocibo come il cuore di palma in latta. 

Mia nonna ogni giorno mi sedeva sulla sua schiena seduta comoda e tenuta su dal portabebe in tela, sì avevo 7 anni e mi portava sulla sua schiena perché, essendo la stagione delle piogge, avevo questo problema di volare nelle pozzanghere giganti ad ogni passo e finire fradicia. Per ben due volte non avendo il cambio dietro, mi avevano portato al mercato, preso le misure e dopo un paio d’ore in mutande, il mio vestito su misura era pronto. Quel bellissimo vestito a fiori lo usò pure mia sorella 10 anni dopo. 

Comunque dicevo, non so bene come all’improvviso mi ritrovai sola a passare più di una settimana senza i miei genitori, in balia delle mie zie che erano assolutamente matte a quell’epoca. Ricordo che le prime due notti le passammo a casa di mia zia, che è ingegnere pure lei e casa sua già era una villa grande ma popolata da scarafaggi giganteschi che mi guardavano di notte. Nonostante avessi il mio letto in una camera per me, lo trascinai in camera di mia zia e lo misi ai piedi del letto pur di non stare da sola. E vabbe che mi dicessero che quei cosi portassero fortuna. Finii così a dividere il letto con mia cugina.

Il giorno dopo mi regalarono una gallina. Sì, viva. E io credevo davvero che me la sarei portata in Italia, ovvio!! Dovevamo fare il viaggio al nord, dove una volta nel villaggio di Katiola, avremmo aspettato i miei genitori. Be la gallina viene no??? Sì, e viaggia in braccio a me. 

Nel villaggio passai ben due settimane senza scarpe. Quasi senza niente, tanto i miei vestiti erano stati quasi tutti regalati. Mia nonna, che tuttora vive là perché dopo la Guerra, la capitale non è stata per lei una città comoda, era una delle poche ad avere l’acqua in casa ed elettricità. 

Lì come in città era abitudine a tavola, pucciare le dita in una bacinella prima di servirsi e mangiare,  anche se il pranzo era, per noi bimbi, servito in enormi pentoloni, messo per terra e a mangiare con le mani, tutti in cerchio. E ci facevano la doccia almeno tre volte al giorno, prima della colazione, prima di pranzo e prima di cena. Letteralmente scuoiata viva. 

Tra le esperienze mitiche che ricordo, un giorno vedo torri di fango e terra alte un metro. Io al massimo avevo sperimentato le sabbiole dell’asilo e qualche castello di sabbia al mare, quindi mi dico: le butto giù e poi con mia cugina le rifaccio.

Uno sciame di qualche milione di termiti volanti mi investe e inonda pure la casa. Ma non succede niente, mia nonna prende una bacinella, la riempie di acqua e zucchero, gli insetti si fiondano dentro. Non devo essere stata la prima a spaccare un termitaio, la soluzione è già stata brevettata. 

Quando i miei tornarono io ero oramai perfettamente integrata, non chiesi nemmeno dove fossero andati.

Un esemplare di Francesca totalmente integrata nella società. Quelle scarpe durarono un giorno.
Una volta riuniti, cominciarono i tour. Andare a vedere i coccodrilli nel giardino della Residenza presidenziale, oppure andare a trovare una strega, sì, proprio una vera e …. essere lasciata sul balcone in ccompagnia di un caprone. 

Arreggeteve forte:

Il caprone, poverello, che io ero sicura fosse un altro regalo che mi sarei portata in Italia, era invece in attesa di essere sacrificato. E senza quasi schizzi di sangue né belate sovraumane, così davanti a me su un balcone, il povero finí fatto a pezzi, sventrato, sangue racconto da una parte, viscere dall’altra. Lavoro pulito e rapido. 

Mia mamma non aveva assolutamente idea di cosa sarebbe successo, è stata una cosa di mezz’ora e lasciarmi cheneso, nel cortile di un quartiere periferico sconosciuto sarebbe stato peggio che su quel balcone. Io ero troppo piccola per assistere a un rito magico da cui -noi ci crediamo perché vogliamo-è dipeso l’arrivo di mia sorella un paio d’anni dopo. 
E poi ritornare. Vedere le foto, assimilare momenti. Con i nonni, gli zii, gli altri  bambini.

Ma appunto, quel viaggio è stato molto di più, adesso lo so. 

Mi sento in dovere di tornare per finire qualcosa che è iniziato 27 anni fa.

Tornare più matura, cercare i perché.

Tutto ha un senso in Africa.

Il tuo cognome.

La etnia, la dinastia. La storia ancestrale di popoli e territori millenari che si chiamano Costa D’Avorio perché i francesi lo decisero  secoli fa. Ma quello è stato l’impero del Mali-Niger, parliamo di mandinke, guerreri, artigiani…. ognuno con un proprio ruolo nella società, ma di questo ve ne parlerò più avanti.

Questa è l’esperienza inconscia fino ad oggi che sta emergendo. 

È il sangue che chiama. 

Devo tornare là. 

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