Giorno della donna afrodiscendente e il festival NYANSAPO

Proprio oggi, giorno in cui apre il festival afrofemminista parigino NYANSAPO del collettivo MWASI, mi ritrovo anche con l’energia giusta per raccontare le impressioni di un incontro di donne afrodiscendenti.

Anche se i due eventi, il festival parigino NYANSAPO e la giornata valenciana, sono ovviamente diversi per le origini della manifestazione (la prima è di un collettivo indipendente femminista, il secondo è organizzato comunque sotto tutela della ONU) sono ugualmente importanti. Anzi ne approfitterò per parlare della enorme polemica attorno al NYANSAPO, polemica generata dalla sindaca di Parigi che -UDITE UDITE- vedeva di mal occhio un festival femminista dove l’accesso era ovviamente vietato agli uomini, ma anche alle donne bianche. E ovviamente non era l’unica, appoggiata anche da collettivi femministi bianchi of course.

Come vedete il festival è iniziato lo stesso e vi spiego perché sono necessari gli spazi no misti.

Ma iniziamo dalla giornata della donna afrodiscendente.

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Non ho trovato immagini in italiano perché non se ne parla in Italia.

Io personalmente ero meravigliata da tanta colorata rappresentazione di afrodiscendenti e non eravamo sicuramente nemmeno tutte quelle che ci sono in Valencia e dintorni. Ho ritrovato con piacere una amica, padre guineano, madre spagnola bianca e di altre ne ho conosciute là. Ovviamente la gran rappresentanza era portata avanti da ragazze originarie del Centro e SudAmerica a cui era dedicata la proiezione del documentario AfroLatinos.

È stata una giornata aperta a tutti , anzi c’era il fior fiore anche della politica, dall’Area della Donna del Comune, a ONG, il Rettore (ma chi lo sapeva che c’era tanta gente), uomini neri e tanti bianchi comunque.

 

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L’anfitriona era Isabelle Mamadou, rappresentante delle Nazioni Unite e incaricata in questi mesi della preparazione di questa giornata e Alicia Anabel Santos, scrittrice nweyorkese ma di origini dominicane, altissima, regista del documentario e appassionata alla ricerca delle sue radici.

Vi lascio uno dei trailer in circolazione, ne hanno fatti diversi per seminare via via la curiosità 🙂

Il documentario, la storia di quasi un continente, quello centro e sud americano, nato soprattutto dal mix con i nativi con gli schiavizzati africani deportati durante più di 500 anni, ha la pretesa di restituire quella memoria storica a popolazioni che non sanno perché hanno la pelle nera, pur sapendo benissimo di non essere autoctoni. Molti governi, per non dire tutti, da quello Colombiano a quello Francese, Spagnolo mai mai e poi mai hanno dato l’importanza che si meritava al fenomeno dello schiavismo, ma sempre è stato sorvolato e archiviato come un capitolo oscuro della storia dell’umanità. Ma gli Afrolatinos meritano di conoscere fino a dove si è spinto lo schiavismo e noi discendenti diretti della diaspora africana meritiamo sapere dove sono finiti i milioni di consaguinei nostri deportati nelle Americhe.

Io so per certo che mio padre è dell’etnia Mandinke che era parte dell’impero Ashanti della costa occidentale dell’Africa. E questa etnia insieme alla Yoruba per esempio e a quella Kongo, è stata tra le più decimate.

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Questo documentario quindi, che è ancora da completare, noi abbiamo visto i primi 5 anni di registrazioni riassunti in 55 minuti, ma la regista ci ha informato che sarà una miniserie vera, vuole avvicinare questi due mondi. Io ho sempre fatto fatica a considerare i SudAmericani come parte della mia famiglia, pur avendone il massimo rispetto e empatia per essere anche loro parte della sud del mondo, ho empatizzato di più con l’Africa. Ho sempre saputo della schiavitù, ma dare un nome alle persone, ai gruppi etnici e scoprire che il 90% della tua stirpe non è più in Africa ma in Nicaragua, Colombia o Antille, ti fa sentire più unito.

Perché appunto questo documentario mette nomi e facce a idee confuse e poco approfondite che abbiamo dello schiavismo. Infatti ci ricorda che erano persone, non animali.

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Ci ricorda che più di 15 milioni di persone sono state deportate per circa 500 anni a flusso continuo. Circa 20 generazioni. Prendendo i migliori, uomini e donne forti per lasciare invece sul territorio bambini e anziani.

Se pensiamo che la schiavitù è stata abolita solo 167 anni fa, come possiamo credere che l’Africa ancora oggi, in sole 6 generazioni possa arrivare al livello di altri continenti dove hanno avuto 20 generazioni  per svilupparsi?
Non dimentichiamo inoltre i nativi americani, perché l’Uomo Bianco semplicemente distruggeva ovunque passasse.

Un altro dato interessante infatti non è solo come gli schiavi venissero distribuiti via via nei diversi Paesi, ma anche come lo stupro fosse l’arma politica più importante e che i figli ilegittimi, i mulatti , non avessero, come qualcuno immagina, i diritti del padre bianco, ma fossero degradati a schiavi per essere figli di schiave.

Poi infatti si è generato un interessante dibattito non solo sulla parola mulatto che finché non verrà sdoganata da NOI diretti interessati, nessun bianco potrà mai dire che “vabbé ma oramai oggi non ha più quel significato” e se proprio volete definirci è proprio Afrodiscendente l’unica parola universalmente accettata.

Sarebbe stato interessante anche approfondire di più tutti gli stereotipi legati all’immagine della schiava, quindi la donna nera e che ancora oggi arrivano fino a noi: che siamo focose, provocanti, più esperte della media su temi sessuali…tutto questo perché è l’immagine che durante 500 anni è stata promossa di noi donne nere e che solo 167 anni di post-schiavitù ancora non ci hanno dato il tempo di cancellare  dall’immaginario collettivo.

E qua arrivo alla questione del festival afrofemminista no misto.

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Se avessimo avuto la possibilità noi afrodiscendenti di condividere pensieri e sensazioni senza essere osservate da persone bianche, io per esempio mi sarei rilassata di più.

È sempre difficile parlare di questi temi con donne bianche, anche se sono amiche tue, anche se ci sei cresciuta insieme. Il più delle volte si offendono, come se -solo perché diciamo che sono delle privilegiate- in modo automatico stiamo dicendo loro che siano razziste.

Infatti io non penso che tutti i bianchi siano razzisti e non smetterò mai di dirlo, ma credo che l’inconscio razzista con cui un po’ tutti siamo stati cresciuti e cresciute, e quella sensazione che le persone bianche per la prima volta vengano messe in discussione (quando noi veniamo messe sempre in discussione per esempio “non mi sembri italiana/ sul fatto che tu sia italiana dovremmo parlarne e chi più ne ha più ne metta) da chi storicamente non hai mai avuto diritto di parola nemmeno per autodefinirsi*,  le metta sulla difesa a prescindere, per prendere le distanze da chi razzista lo è davvero.

Ma non si può prendere le distanze dal privilegio che indossi senza accettare per esempio, di non essere la benvenuta a un festival di sole ragazze afrodiscendenti.

Perché ci sono pensieri parole e opinioni che potrebbero scatenare la rissa in modo involontario. Mi è successo, so di cosa parlo.

Inoltre bisogna anche tenere in conto che per la prima volta la persona bianca, anzi trattandosi del NYANSAPO un festival femminista, parlo di donna bianca vede le necessità di una persona nera in primo piano e, contro ogni aspettativa, ne è esclusa.

Non è abituata la persona bianca ad essere esclusa da qualcosa.

La Donna Bianca infatti non si rende conto che la sua presenza è ingombrante e scomoda esattamente come quella dell’Uomo in una Assemblea femminista. Non si rende conto la Donna Bianca rappresenta un privilegio che opprimirebbe la sensibilità di molte compagne afro che non si sentirebbero comode nel parlare con la sua oppressora davanti. Inutile che tu dica “noooo io sono con voi!” perché purtroppo non puoi sapere sul serio come potresti reagire di fronte ad argomenti onestamente scottanti sul privilegio che rappresenti.

Il  Collettivo femminista bianco infatti, come ho già detto, troppe volte si è voluto fare portavoce di altri femminismi ma con quel tono paternalistico e saccente come chi dice “mulatto oggi non è più offensivo quindi…..” ed è per questo che incontri di sole afrodiscendenti sono necessari affinché si possa parlare e l’empatia fluire senza intoppi.

 

Con queste parole ovviamente non pretendo di offendere nessuno, ma la decostruzione dei privilegi è un esercizio lungo e faticoso e soprattutto è smuovere per la prima volta muscoli che non sapevi nemmeno di avere, un po’ come fare per la prima volta un nuovo sport! 

 

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*AUTODEFINIRSI:  I neri non sapevano di essere inferiori finché non hanno visto per la prima volta un bianco che aveva già deciso per loro che sarebbero stati schiavizzati.

I mulatti sono stati definiti così dai bianchi, perché dubito fortemente che un misto di sua spontanea volontà si possa definire un incrocio poco desiderabile tra una cavalla e un asino, il mulo, animale sterile e testardo adatto per il lavoro duro dei campi.

L’Autodefinizione è un concetto totalmente nuovo persino per gli Afrodiscendenti ed è qualcosa che manda in tilt l’Uomo Bianco perché abituato ad essere lui a catalogare gli altri.

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