Capoeira me chamou

Sono sempre stata molto sportiva. Atletica per anni, poi bicicletta (che per anni è stato il mio unico mezzo di trasporto e oggi pedalo con mio figlio), scalate in montagna quando si può e ogni martedì alle pareti di boulder del centro sportivo sempre con mio figlio…ho il brevetto sub e non riesco a stare ferma a lungo. Sono anche yogi, ho fatto anche un corso di formazione, uno dei moduli per diventare insegnante di kundalini yoga per donne incinte, lasciato a metà per mancanza di tempo, ma non escludo di poterlo finire, sono due anni per avere l’abilitazione, mentre continuo il lunedì con le lezioni di hatha yoga.

Dieci anni fa ho fatto la conoscenza della capoeira. Non avevo assolutamente idea della sua esistenza finché una sera, camminando per il quartiere con il mio coinquilino ecuadoriano, abbiamo sentito una musica venire da uno spazio culturale. Ci siamo affacciati dentro e subito ci hanno invitato ad entrare per vedere l’allenamento di quello che per me è stato uno sport per i 10 anni successivi e che continuo ancora oggi, la capoeira.

Volete ridere? Non ci siamo solo fermati a guardare, ma 10 minuti dopo ci stavamo allenando pure noi. Bueno, i crampi che ci sono venuti non li dimenticherò mai e più ci guardavamo io e il mio coinquilino nello sforzo di camminare, sederci o alzarci e più ridevamo e più ci facevano male gli addominali. Ma come si dice, l’unico modo per far sciogliere l’acido lattico è fare sport e da quel giorno cominciarono per noi 3 sessioni a settimana di allenamento intenso.

L’uniforme: maglietta gialla e pantaloni neri è l’uniforme della Capoeira Angola, lo stile tradizionale perché poi ho scoperto esistere due stili di capoeira, Angola e Regional.

Molto più probabile che voi conosciate la Regional, uniforme bianca, molto più acrobatica, corde di colori diversi, ognuna per un livello, come nelle arti marziali orientali.

E perché vi parlo della Capoeira? Ancora non lo sapevo ma è stato il mio primo contatto con il mondo afro, attraverso la danza e musica.

Non imparavamo solo i movimenti e le regole della Capoeira intesa come sport, ma era fondamentale per noi studiare i testi che accompagnano la roda, suonare tutti gli strumenti, conoscerne la storia. Vedevamo documentari sulla schiavitù, su come la Capoeira fosse uno strumento di liberazione per gli schiavi in Brasile e che proprio per questo fu illegalizzata per secoli, esattamente fino alla metà dell’Ottocento perché lasciare che gli schiavi mantenessero abitudini che fomentassero l’identità e l’unità era, per lo schiavista, assolutamente pericoloso. La capoeira non è mai stata una tecnica di offesa, era solo una simulazione di lotta -ci sono regole ben precise, colpi proibiti, regole ferree per le entrate di attacco e uscite che rendono la capoeira come una danza. Dipendendo dalla musica scandita dal berimbau, lo stumento a corda principale, i due combattenti si muovono più velocemente, giocano più vicini, jogo de dentro, o più distanti, jogo da fora.

Il suo nome, Angola, ricorda proprio la sua origine, perché venne importata in Brasile proprio dagli schiavizzati che provenivano in gran parte dall’Angola.

La capoeira Regional invece nasce  per essere una versione più «formato sport» senza la pretesa di essere una rivendicazione culturale e grazie a questo non subì la censura. Fu riformata da Mestre Bimba e accettata dal Governo Brasiliano. A me non piace molto, colpi troppo netti, snaturata nella sua opera originaria di rivendicazione, più competitiva perché ha i livelli per cui chi la pratica vuole raggiungere ovviamente il livello più alto.
Eppure grazie invece a Mestre Pastinha la capoeira Angola è arrivata fino a noi, nonostante l’illegalità. Ha per anni formato contramestres che a loro volta in giro per il mondo hanno aperto scuole di capoeira Angola. Quando è stata legalizzata in Brasile si creò la vera e propria Scuola Capoeira Angola che unisce tutte le scuole di Capoeira Angola del mondo.

samba da roda! si balla Samba alla fine di una dimostrazione pubblica

I testi delle canzoni vanno dalla nostalgia verso la amata Africa, fino alla Cavaleria, un ritmo di allarme che avvisa i capoeiristas che sta arrivando una guardia a cavallo, in modo tale che tutti smettano di allenarsi e tornino a lavorare.

Si invita i capoeiristi a fare jogo de dentro, cioè giocare a terra, molto vicini arrotolati uno dentro l’altro. 
Jogo de dentro, jogo de fora, joga bonito que eu quero ver Angola.

Questo video è proprio della mia Scuola di Capoeira Angola, Filhos de Angola, aggruppazione di Barcelona.

Canzoni come queste dove si rivendica essere neri come una qualità:

Ás vezes me chamam de negro
pensando que vão me humilhar
mas o que eles não sabem
é que só me fazem lembrar
que eu venho daquela raça
que lutou pra se libertar
que criou o maculelê
que acredita no candomblé
que tem o sorriso no rosto
a ginga no corpo e o samba no pé
que fez surgir uma danca
uma luta que pode matar
capoeira arma poderosa
luta de libertação
brancos e negros na roda
se abraçam como irmãos

 

A volte mi chiamano negro, pensando di umiliarmi/ ma loro non sanno che è quello che sono/ e mi fanno ricordare che provengo da quella razza/ che lottò per essere liberata/ che ha creato il maculele e crede nel candomble/che ha il sorriso sul viso/ la ginga nel corpo e la samba nei piedi. Che ha dato origine ad una danza /lotta che può uccidere /capoeira un’arma potente /lotta di liberazione/ bianchi e neri in una roda/ si abbracciano come fratelli.

 

Non mi dilungo su tutte le regole della capoeira, dall’invocazione alla Madre Virgen affinché la roda vada bene, ai falli che portano i capoeiristi a fare una danza di riposo, quello che mi importa è dire che grazie alla Capoeira Angola e alle giornate in cui abbiamo festeggiato la Memoria Nera, gli incontri anche a base di cibo, le feste e danze, sono entrata in contatto con la parte più nera di me.

Quello è stato l’inizio di tutto, nonostante i brasiliani fossero la maggioranza, per loro la capoeira è una forma di unità e identità, nel mio gruppo ci sono argentini, tedeschi, francesi e ovviamente spagnoli. Ma io sono afrodiscendente e la vivo più intensamente.

La Capoeira Angola quindi non è solo uno sport, ma uno dei rituali che mantiene viva l’eredità degli afrodiscendenti.

È curioso poi, che tra tutti gli stili di capoeira esistenti, perché poi hanno inventato anche la Capoeira Contemporanea e magari qualcun’altra qua in Occidente, sia finita nella capoeira angola.

Lo voglio vivere come un segnale divino, che già 10 anni fa dovevo proprio finire lì per iniziare il mio viaggio africano perché, se vi devo dire tutta la verità, fu proprio quel gruppo di amici, che da quel giorno sono per me come una famiglia, a presentarmi quello che adesso è mio marito.

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